Un’altra chiusura improvvisa, altri pazienti abbandonati con cure interrotte e finanziamenti da pagare. È lo scenario che si è ripetuto ancora una volta tra Emilia-Romagna e Lazio, dove un centro odontoiatrico che fa capo alla società VortikaS.r.l., che gestisce diverse sedi del marchio “Dottor D”, ha interrotto da un giorno all’altro l’attività, lasciando centinaia di persone senza le prestazioni già pagate e senza più un interlocutore a cui rivolgersi. Le Associazioni dei consumatori hanno raccolto un numero crescente di segnalazioni e annunciato esposti alle procure, in un copione che il settore conosce fin troppo bene: prima Dentix, poi Idea Sorriso e, negli anni, molte altre insegne, con lo stesso schema che si ripete quasi identico ogni volta.
Non è un caso isolato né un incidente di percorso. È, come sottolinea da tempo l’Associazione Nazionale Dentisti Italiani, un fenomeno strutturale che si ripropone con regolarità su tutto il territorio nazionale, al punto da configurarsi come un problema di salute pubblica prima ancora che di giustizia civile. Il meccanismo è sempre lo stesso: le catene richiedono ai pazienti un pagamento anticipato, spesso tramite finanziamenti, rispetto a piani di cura che vengono eseguiti per stadi. Quando la struttura fallisce o chiude, chi ha già pagato resta con cure a metà, o mai iniziate, ma con il debito acceso.
Il fallimento delle catene non è un incidente, è la conseguenza prevedibile di un modello in cui il paziente è trattato come un cliente e la cura come un prodotto da vendere il più in fretta possibile – ha dichiarato il presidente nazionale ANDI Corrado Bondi, commentando l’ennesimo caso di cronaca -. Quando il potere di decidere le terapie è nelle mani della finanza e non del professionista, il rischio per i cittadini non è solo economico ma clinico: si privilegiano le prestazioni più remunerative, non quelle più appropriate. Per questo continuiamo a chiedere alle istituzioni regole più severe sulla governance di queste strutture e per questo, come ANDI, offriamo tutela concreta ai pazienti che ne hanno bisogno, lavorando a soluzioni, come il nostro fondo sanitario, che mettano davvero la prevenzione e la salute del paziente al centro.
Alla radice del problema, secondo ANDI, c’è una trasformazione profonda della natura della prestazione sanitaria. Nelle catene a controllo prevalentemente finanziario, il potere decisionale non è in mano ai professionisti ma a chi detiene il capitale: il paziente smette di essere un soggetto da curare secondo un piano terapeutico personalizzato e diventa un cliente a cui vendere un prodotto da scaffale. Questo spiega perché certe prestazioni, estrazioni, impianti, protesi, vengano privilegiate rispetto alla cura conservativa del singolo dente: sono più rapide, meno costose da erogare e più remunerative, mentre un percorso di cura lungo e graduale, fatto di step che seguono l’evoluzione clinica del paziente, risulta commercialmente meno efficiente. Non a caso, in molte strutture di questo tipo è stata testimoniata dagli ex collaboratori delle società stesse una costante pressione esplicita per raggiungere obiettivi numerici: una logica di produzione, non di cura.
Diverso, per legge, il funzionamento delle società tra professionisti (STP), dove il potere di indirizzo clinico resta comunque in capo agli odontoiatri anche quando un socio di capitale è presente, anche in maggioranza. È una differenza che pesa anche sul piano delle responsabilità: il libero professionista risponde in solido con il proprio patrimonio, anche nei confronti degli eredi, offrendo al paziente una garanzia economica piena; nelle catene, invece, il dentista risponde insieme alla struttura, rendendo il percorso di rimborso per i pazienti più lungo e incerto.
Da anni ANDI porta la questione nelle sedi istituzionali, chiedendo interventi normativi che estendano ai pazienti delle catene le stesse garanzie oggi previste per chi si rivolge a uno studio professionale, dove i dentisti possano essere soggetti al controllo dell’Ordine. È il caso, appunto, delle STP. Un pressing che nel tempo ha trovato sponda anche in Parlamento, con emendamenti proposti da diversi parlamentari, e che ha visto ANDI muoversi insieme alle altre sigle di categoria per costruire un fronte comune con la politica.
Accanto all’azione di contrasto normativo, ANDI ha introdotto anche una risposta positiva sul terreno dell’accesso alle cure, con la creazione di un fondo sanitario integrativo, il FAS (Fondazione ANDI Salute), pensato per premiare la prevenzione, con l’obiettivo dichiarato di poter garantire, a costi estremamente contenuti, per chi si sottopone con regolarità a visite e sedute di igiene generale, un rimborso economico tale da rendere sostenibile un modello di cura fondato sulla prevenzione e non sul volume di prestazioni vendute.
L’articolo La salute non è un prodotto commerciale – Chiude senza preavviso la catena odontoiatrica Dottor D proviene da ANDI.

